Non solo un bisogno fisico, ma un rituale codificato in gesti, simboli e ricette. Da svariati secoli l’alimentazione trascende la sfera del mero sostentamento coinvolgendo numerosi altri aspetti della vita di tutti i giorni. Le tradizioni gastronomiche, gli alimenti tipici e le ricette tramandate di generazione in generazione raccontano molto di un luogo, delle persone che lo abitano e dei loro usi e costumi. Il rapporto che instauriamo con il cibo non è lineare, ma dipende da tanti fattori diversi, inclusa la cultura. Nessuno di noi, infatti, mangia tutto ciò che è commestibile; la religione, i sistemi valoriali e svariate motivazioni socioeconomiche influenzano le nostre scelte in termini di alimentazione, come spiegato dall’antropologo Marvin Harris attraverso la lente del materialismo culturale.
Dalle mani alle posate: evoluzione dell’arte della tavola
Ma se il “cosa” mangiamo dice tanto di chi siamo e da dove veniamo, anche il “come” mangiamo è un aspetto che merita un certo approfondimento. È ben noto a tutti che i nostri antenati mangiavano con le mani, un’usanza che, in realtà, è resistita ben più a lungo di quanto pensiamo. I nobili europei – persino il Re Sole sotto il cui regno fu edificata la Reggia di Versailles – sono a lungo stati detrattori di coltello e forchetta. In certe parti del mondo le posate sono ancora uno strumento poco diffuso, come in Eritrea ed Etiopia dove il famoso zighinì, servito su un grande piatto al centro del tavolo, è un aperto invito alla condivisione e alla convivialità. In occidente, invece, l’arte di imbandire la tavola divenne una sorta di mania già a partire dal XVIII secolo, quando anche pranzi e banchetti rappresentavano per l’aristocrazia occasioni per confermare il loro status. Quando nel XIX secolo si passò dal servizio alla francese, che consisteva nel servire contemporaneamente più portate come in un moderno buffet, al servizio alla russa, dove al contrario le portate si susseguivano una dopo l’altra e venivano porzionate dalla servitù, sui tavoli iniziarono a formarsi dei vuoti. In epoca vittoriana, per contrastare questo horror vacui, le tavole di tutta Europa raggiunsero il loro massimo splendore con centrotavola eccentrici, candelabri in argento, fiori di stagione e frutta fresca, per poi ritrovare una certa sobrietà nel corso del Novecento.
Tablescaping: quando l’arte della tavola diventa design
Oggi questa estrosa forma d’arte ha trovato finalmente un nome: tablescaping, una parola che unisce table (tavolo) e landscaping (paesaggistico). Conosciuta anche come table-setting, questa disciplina è particolarmente apprezzata negli Stati Uniti, dove già a partire dagli anni ’30 venivano organizzate competizioni a colpi di porcellane e regole di bon ton. Gli oggetti che nel corso dei decenni si sono avvicendati sulle nostre tavole raccontano la storia dei nostri costumi, del tempo e della società. Ne è un esempio la forchetta, importata in Europa dall’Oriente – dove poi è stata abbandonata in favore delle bacchette – e osteggiata dalla Chiesta cattolica che sosteneva incoraggiasse atteggiamenti lussuriosi. Questo oggetto, insieme agli altri due protagonisti della posateria – cucchiaio e coltello -, era un tempo rigorosamente in argento massiccio. Marchi come Bucellati (1919) e soprattutto Christofle (1830) sono tra i depositari e promotori di questo stile senza tempo, tramandato nei modelli classici della maison francese, primo fra tutti Marly (1897), famoso per i motivi decorativi botanici. Tra le rivisitazioni contemporanee dello stile barocco di Christofle merita certamente una menzione Jardin d’Eden, disegnata poco più di dieci anni fa dall’olandese Marcel Wanders. A meno di dieci anni di distanza dall’ampollosità di Marly, Josef Hoffmann ideò un servizio di posate che stravolse completamente i paradigmi dell’art de la table dell’epoca: in Rundes Modell (1906) l’eleganza formale incontra la funzionalità esprimendo appieno il gusto e la ricerca della Wiener Werkstätte. Nei primi anni del 2000, Alessi ripropose la collezione in acciaio inox, un materiale che nel corso del Ventesimo secolo prese il posto del più costoso e ossidabile argento, come testimonia, tra gli altri, il servizio Aj Cutlery di Arne Jacobsen del 1957. Tra le icone del design italiano ci sono la collezione Conca (1955) di Gio Ponti, caratterizzata da un’inaspettata asimmetria che ricorda la più recente Skeleton (2018) di Nendo – ancora più radicale grazie alla rimozione di materiale dove non strettamente necessario -, e Moscardino (2000) di Matteo Ragni e Giulio Iacchetti che valse ai due designer il Compasso d’Oro nel 2001. Annoverato tra i pezzi di design dell’esposizione permanente del MoMa di New York, fonde forchetta e cucchiaio in un unico prodotto biodegradabile pensato per pasti frugali o per il rito tutto italiano dell’aperitivo.
Mise en place: piatti e bicchieri tra tradizione e innovazione
Tra coltello e forchetta, sulle tavole di tutto il mondo, il piatto è l’altro indiscusso protagonista della mise en place. Discendente diretto della ciotola, nel corso dei secoli questo oggetto ha perso la sua funzione individuale in favore di una struttura sistemica in cui ogni esemplare ha una funzione diversa in base alla sua forma e dimensione. Distinguendosi per la qualità del materiale e della decorazione, il cosiddetto servizio porta con sé una serie di regole di etichetta e norme comportamentali con cui si identificano la buona educazione e l’appartenenza ad una determinata classe sociale. Tipicamente in ceramica, come forchetta e coltello anche i piatti hanno vissuto una parabola in termini estetici: inizialmente semplicissimi, sono diventati sempre più elaborati conformemente al gusto dell’alta società, per poi sposare la ricerca formale del minimalismo. In Inghilterra la pura classicità della porcellana è incarnata da Wedgwood, una delle maggiori manifatture europee fondata nel 1759, alter ego britannico di Richard Ginori – dal 2020 solo Ginori 1735. Se la linea Antico Doccia rappresenta l’essenza più profonda dell’arte ceramica di Ginori, non mancano in catalogo rivisitazioni e prodotti più eccentrici firmati da veri maestri del design, da Gio Ponti – che nella sua carriera è tornato più volte sull’oggetto piatto, come nel caso della collaborazione con Ceramiche Franco Pozzi – al contemporaneo Luke Edward Hall. Ci sono poi i piatti ispirati al mondo vegetale, il celebre Cavolo Verde (1884) di Bordallo Pinheiro o i più recenti Reversed Volumes (2013) di Mischer Traxler, ma anche collezioni scultoree come La Boule (1971) di Villeroy & Boch dove il design è una fusione perfetta tra estetica e praticità. Senza dimenticare le sperimentazioni più audaci che hanno abbandonato la ceramica a beneficio di plastica – Kartell in primis -, melamina – materiale d’elezione di molti prodotti firmati Guzzini – e vetro, protagonista del progetto firmato da Aino Aalto nel 1932 per Pressed Glass 4644, medaglia d’oro alla Triennale di Milano del 1936.
Non si può concludere questa rassegna dedicata al variopinto mondo dell’art del la table senza citare il suo terzo e ultimo pilastro, il bicchiere, quello che forse più di tutti permette a designer e artigiani di sperimentare con la fantasia: calici, boccali, tumbler, coppe e chi più ne ha più ne metta. Già presente sulle tavole di greci, antichi egizi e popoli mediorientali del IV secolo a.C., il bicchiere è anch’esso strettamente legato alla lavorazione di un materiale comune, il vetro, anche se nei secoli è stato spesso soppiantato dal più prezioso vetro di murano e dal cristallo, ma anche da plastiche e metalli di vario genere. Il XX secolo, in particolare, è stato teatro di ingegnose sperimentazioni dove il design non ha però mai oscurato la natura funzionale dell’oggetto. Dai più contorti Smoke (1964) di Joe Colombo e Paro (1983) di Achille Castiglioni, all’Ice Stopper di Angelo Mangiarotti (1986) e i coloratissimi bicchieri disegnati da Mendini per Venini negli anni Novanta, fino all’ironico Tri (2022) di Giulio Iacchetti.
In un mondo che scalpita alla ricerca di novità sempre più sorprendenti, tra abbinamenti gastronomici audaci e l’avvento dei cosiddetti “cibi del futuro”, più nutrienti e a basso impatto ambientale, stiamo già avendo un assaggio di quali saranno le nuove sfide nell’ambito del disegno industriale. Designer e progettisti si faranno trovare pronti?





